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Mostra - Presenze artistiche del Novecento italiano nelle collezioni della Bps

Sala 3 - LA GRAFICA

 

Lo straordinario sviluppo della grafica nell’arte del Novecento è connesso al grande ampliamento del pubblico degli amatori e dei collezionisti. Nelle opere qui presentate appare chiaramente come la produzione grafica abbia accompagnato, ad esempio, l’attività di molti tra i importanti pittori del Novecento. E’, ad esempio, il caso di Sassu, i cui Cavalli, in gara con la forza delle onde marine, immagine di libertà e dinamica vitalità, formano un tema ricorrente della sua pittura. Allo stesso modo, le due intense e suggestive litografie di Piero Guccione - una, Studio per naufragio. Omaggio a Friedrich, parte della cartella di ispirazione borgesiana, Elogio dell’ombra; l’altra, Primavera, parte del ciclo dedicato al Gattopardo di Tomasi di Lampedusa -  denunziano chiaramente la loro derivazione pittorica. Come nella sua pittura, anche qui Guccione sembra aspirare a una leopardiana fusione dell’Io nell’infinità della natura (“e il naufragar m’è dolce in questo mare”), perseguita attraverso un teso e lirico minimalismo formale. Inquietante e suggestiva anche la litografia di Zoran Music, Colline piatte. Music, deportato a Dachau, è noto per i cicli di disegni sulla Shoah che nella sua opera si intrecciano al tema del paesaggio carsico goriziano e a quello collinare umbro e toscano che ha anch’esso una radice autobiografica. La collina è appunto la metafora in cui nell’artista goriziano si fondono questi due temi della sua produzione. Collina è il paesaggio ondulato della proia infanzia, collina è il ventre materno rgonfio di vita, ma collina è anche il tumulo del sepolcro e l’accatarsrsi dei cadaveri nei campi di concentramento. Meno impegnativa e più d’occasione, invece, la poco nota litografia di Guttuso, Lo sciatore, realizzata su commissione per i mondiali di sci a Bormio e Livigno nel 1982. Ma l’artista italiano in cui la grafica acquista forse nel Novecento il suo significato più sofferto e intenso è forse Gianfranco Ferroni. I tavoli su cui si dispiegano le sue nature morte, sono, come è stato detto, dei veri e propri “altari laici” in cui gli oggetti del mondo quotidiano, tazze, bicchieri, bottiglie, forbici e pennelli, escono dalla loro banalità esistenziale per acquistare, nel vuoto e nel silenzio, un alone sacrale, mistico-religioso, che noi contempliamo nella vana attesa che qualcosa si riveli.