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Bartolomeo Pinelli

(Roma 1781 - Roma 1835)

Biografia

Bartolomeo Pinelli nasce il 19 novembre 1781 a Roma, nel quartiere di Trastevere, da famiglia di modestissime condizioni. Ad avviarlo alla pratica artistica è il padre, Giovanni Battista, modellatore di piccoli bassorilievi ornamentali per vasi e di statuine in terracotta di soggetto votivo. Ma è a Bologna, dove nel 1792 la famiglia è costretta a trasferirsi a causa dei debiti paterni, che riceve una più solida formazione artistica, grazie alla protezione del principe Lambertini, nipote di Benedetto XIV, che, intuendone le doti, lo affida alla scuola di Giovan Battista Frulli da cui Pinelli apprende, con ottimi risultati, l’arte del disegno e dell’incisione. Appassionato di teatro, comincia a frequentare una compagnia di attori girovaghi, perdendosi dietro una giovane danzatrice per la quale alla fine del 1798 è costretto ad abbandonare Bologna e a tornare a Roma. Qui, con una lettera di presentazione del principe Lambertini, trova ospitalità presso l’abate Levizzari, che lo iscrive all’Accademia di S. Luca, in cambio dell’impegno ad eseguire per lui disegni di cacce e di battaglie. Scoppiata, intanto, nel 1799 l’insorgenza di Civitavecchia contro i Francesi e la Repubblica giacobina romana, Pinelli si arruola volontario nella Legione romana che accorre coi Francesi all’assedio della città, ma presto diserta per una bella “villanella”, rifugiandosi con essa presso i briganti dell’agro romano, con i quali vive per qualche mese, affascinato dalla loro vita che riprodurrà in numerosi disegni e incisioni.

Di nuovo a Roma, frequenta l’Accademia capitolina per approfondire il nudo e il disegno anatomico, ma per la sua litigiosità viene presto messo alla porta dal Levizzari. Trova allora temporaneo alloggio nella bottega del Caffè dell’Arco in piazza Sciarra, dove modella piccole statuine per confezioni di dolciumi, condividendo la vita dei garzoni che manda in giro a vendere i disegni erotici da lui ricopiati dalle incisioni di Marcantonio Raimondi dei dipinti di Giulio Romano sulla scuola di Priapo.

Al Caffé dell’Arco, intorno al 1803, viene notato dal pittore svizzero Franz Kaisermann che lo assume per eseguire le figure nei suoi paesaggi. Ma dopo qualche anno anche Kaisermann lo licenzia per una caricatura da cui si ritiene offeso. Pinelli ha, tuttavia, ormai maturato una sicura personalità artistica che lo porta a pubblicare nel 1809 la sua prima Raccolta di cinquanta costumi pittoreschi, un album di acqueforti, il cui immediato successo lo fa uscire dall’anonimato. Ora anima l’Accademia messa su dal suo amico Felice Giani, esponente di primo piano del neoclassicismo italiano, che egli aiuta nella decorazione delle sale di palazzo Torlonia (oggi distrutto) a Piazza Venezia e la cui influenza contribuisce a dare ai suoi popolani il piglio e la fierezza degli antichi eroi romani, spia di un amore per la città che lo porta a rifiutare di trasferirsi a Londra. È in questo periodo che, nel corso del suo soggiorno romano, lo conosce e ne diventa amico Francesco Hayez che nelle sue Memorie così lo descrive: «Egli era un vero originale; la sua testa piuttosto bella e di un tipo veramente romano; i suoi occhi incassati e nerissimi, capelli pure neri a lunghe anella che gli cadevano lungo il collo a guisa dei briganti. Alto di statura, portava sempre in mano un grosso bastone ed era accompagnato da due mastini; parlava poco ed aveva pochissimi amici. [...] Disegnava con molta franchezza, ma sempre di convenzione; però le sue incisioni sono piene di gusto».

Da questo prodigioso e istintivo disegnatore, nasceranno, a partire dal 1809, le raccolte di costumi popolari pittoreschi romani e napoletani (ma anche una di costumi popolari ticinesi) che si susseguiranno fino al 1831 con straordinario successo commerciale, quelle sulle storie dei briganti, sulla storia e la mitologia greca e sulla storia romana, per non parlare delle illustrazioni per i grandi classici della letteratura, l’Eneide (1811), la Divina Commedia (1825-26), la Gerusalemme liberata (1827), l’Orlando Furioso (1828), oltre ai Promessi Sposi (1830-32) e al Don Chisciotte (1834). Ma il suo capolavoro restano le illustrazioni del 1823 per il Meo Patacca, il poema dialettale romano del ’600 di Giuseppe Berneri, che Delacroix giudicava «animate e divertenti».

C’era in tutto questo una vasta cultura storica e letteraria che dava al suo mito del popolo romano un afflato universalistico tipico, in ogni tempo, della romanità. Come scrisse egli stesso sull’incisione cui stava lavorando prima di morire il 1° aprile 1835 per una bevuta di troppo, «Pinelli è morto, e la sua tomba è il mondo».

Bibliografia

Oreste Raggi, Cenni intorno alla vita ed alle opere principali di Bartolomeo Pinelli, Roma Tipografia Salviucci, 1835;  Valerio Mariani, Bartolomeo Pinelli, Roma, Olympus, 1948; “I Promessi Sposi” Pinelli fece, Roma 1830-31, a cura di Giorgio Mascherpa, A.A.S.T. Lecco/APT Como, Lecco, 1973;  Maurizio Fagiolo, Maurizio Marini, Bartolomeo Pinelli e il suo tempo 1781-1835, Roma, Centro Iniziative Culturali Pantheon, 1983; Eligio Cesana, Giorgio Mascherpa, I Promessi Sposi nella figurazione dell’Ottocento e moderna, Lecco, 1973;  Fernando Mazzocca (a cura di), L’officina dei Promessi Sposi, Mondadori, 1985;  Fernando Mazzocca, Il tradimento di Pinelli, in Quale Manzoni? Vicende figurative dei Promessi Sposi, Milano, Il Saggiatore, 1985; Paola Melo, Le illustrazioni dei Promessi Sposi, in Giuseppe Pontiggia (a cura di), Manzoni europeo, Milano, Cariplo, 1985; Franco Monteforte, Bartolomeo Pinelli(1781-1835) illustratore dei Promessi Sposi, Sondrio, BPS, 2016.

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