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Gianfranco Ferroni

(Livorno 1927 - Bergamo 2001)

Biografia

Gianfranco Ferroni è nato a Livorno il 22 febbraio 1927. Dopo l’infanzia e la giovinezza trascorse tra Ancona e Tradate, Ferroni si trasferisce nel dopoguerra a Milano dove, con passione da autodidatta, frequenta l’ambiente artistico di Brera e comincia, insieme al critico d’arte Franco Passoni, un’intensa riflessione sulle diverse forme stilistiche nella storia dell’arte, alla ricerca delle radici filosofiche, poetiche ed esistenziali dell’atto creativo, di cui sono testimonianza le sue prime opere per lo più ispirate a un ermetico simbolismo. A metà degli anni Cinquanta esordisce con una prima personale alla Galleria Schettini di Milano, avvicinandosi contemporaneamente al gruppo di giovani artisti (Banchieri, Ceretti, Guerreschi, Romagnoni, Vaglieri, Aricò) con cui dà vita a quella corrente di “realismo esistenziale” che, dopo i fatti di Ungheria del ’56 e la rottura col Partito comunista, mira a un superamento del realismo sociale a sfondo ideologico fino ad allora prevalente nella pittura italiana. Sono gli anni della scoperta di Wols, di Bacon, di Soutine e di Giacometti, che lasciano un segno profondo nella sua opera, gli anni delle mostre personali e collettive alla Galleria Bergamini, della sua partecipazione alle Biennali di Venezia del ’58, del ’64 e del ’68, e a diverse rassegne internazionali ad Alessandria d’Egitto, Roma, Firenze, Madrid, Parigi, ecc. Ma sono soprattutto gli anni in cui, insieme al disegno e alla pittura, si dedica con passione crescente all’incisione che comincia a praticare nel ’57 e che acquista presto un ruolo centrale nella sua attività come vero e proprio laboratorio creativo di idee e di soluzioni formali. Nel silenzio dei suoi interni, nelle sue notturne nature morte dove vibra qualcosa di rembrandtiano, nei suoi personaggi che emergono fantasmatici e solitari dalle profondità della notte, nei suoi paesaggi urbani, infine, ridotti ad analitico ammasso di macerie fumanti, si dispiega così quel carattere profondamente esistenziale della sua opera che ritroviamo anche nella sua produzione degli anni fra il ’63 e il ’70 in cui Ferroni, vicino agli artisti di Nuova Figurazione, si accosta nuovamente a temi storici, politici e sociali come la guerra, l’olocausto, i rifiuti, ecc., filtrati dalla propria interiorità e dalla memoria che ricompone la realtà in un intreccio fortemente simbolico di frammenti.

Fra il ’68 e il ’72 l’artista, trasferitosi a Viareggio in Toscana, vive una fase di crisi espressiva (“gli anni di fuga”), che supera a partire dal ’75 concentrandosi sulla ricerca di una nuova spazialità e di una nuova luce entro cui dar forma al proprio mondo quotidiano, nella cui evidenza oggettiva si condensa per lui l’essenza metafisica, e quindi universale, dell’esistenza. Prende così avvio la fase più recente e matura della sua produzione, nel segno di Caravaggio, di Vermeer e di Morandi riletti con intenso pathos esistenziale. E’ ora, infatti, un’atmosfera sospesa di silenzio quella che domina nei suoi quadri, nei suoi disegni e nelle sue incisioni, un’atmosfera non più solo evocativa, ma fortemente contemplativa in cui l’artista, come egli stesso afferma, non cerca di rappresentare le cose, ma il mistero che sta dentro le cose che egli sente come un deposito esistenziale indissolubilmente legato al proprio Io. Da indagatore lo sguardo diventa rivelatore dell’esistenza e delle sue enigmatiche risonanze, come per gli artisti francesi dell’Ecole du regard, e l’autobiografia del quotidiano si viene a costituire, via via, come un vero e proprio autoritratto esistenziale. Lo spazio ora si fa vuoto e gli oggetti del suo mondo quotidiano - tazze, bicchieri, bottiglie, un paio di forbici, i pennelli, il suo stesso letto sfatto- vi si dispiegano nella luce e in un’atmosfera pulviscolare con un pathos evocativo e un nitore oggettivo che allude a una perfezione e a un ordine inattingibile, ma che noi intuiamo al di sotto del caos dell’universo. Immersi nel vuoto e nel silenzio, essi mostrano senza svelarlo il loro mistero, il loro volto notturno, metafisico, inafferrabile, che si allunga nella luce come un’ombra o svanisce nel chiarore come un fantasma. Il vuoto si riempie misticamente di mistero e in questo mistero resta avvolto, per Ferroni, il senso stesso dell’esistenza. Egli cerca di penetrarlo fino all’estremo limite della sua dicibilità pittorica, fino al punto cioè in cui la rappresentazione trapassa necessariamente nella contemplazione, nell’attesa cioè che qualcosa si riveli, ma con la certezza che niente potrà mai rivelarsi, perché quel mistero altro non è che il vuoto, il nulla, la notte che non passa, o meglio “la notte che si sposta”, per usare il titolo del suggestivo film che Elisabetta Sgarbi ha dedicato all’artista. “Il significato che do al mio esistere oggi - ha affermato Ferroni - risiede nell’attesa, un’attesa sacrale, perché sacrale è il desiderio di avere una rivelazione, e pur sapendo che non mi arriverà io la cerco”. E’ dunque la certezza dello scacco, come per Giacometti, ciò che da ultimo ha alimentato e reso profondissima l’arte di Ferroni che, in un voluto e disperato isolamento, ha sondato più di ogni altro artista contemporaneo l’abissale mistero dell’esistenza.

Ritornato a Milano nel ’73, Ferroni si trasferisce nel 1990 a Bergamo dove muore il 12 maggio 2001.

Bibliografia

Marco Goldin (a cura di), Gianfranco Ferroni. Disegni 1959-1990, cat. della mostra alla Galleria d’arte moderna di Conegliano, Longanesi, Milano, 1990; Ferroni. Incisioni 1957-1991, cat. della mostra di Lecco, Galleria Bellinzona - Bergamo, Galleria Ceribelli, con testi di Giovanni Testori, Marco Goldin e Maria Grazia Recanati, Lecco-Bergamo, 1991 (con bibliografia precedente); Sara Fontana, Ferroni, Gianfranco, in La pittura in Italia. Il Novecento, a cura di Carlo Pirovano, vol. II, Electa, Milano, 1993; Mario Fagiolo dell’Arco (a cura di), Gianfranco Ferroni, antologica, cat. della mostra alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna, Allemandi, Torino, 1994; Maria Grazia Recanati, Gianfranco Ferroni con un testo di Roberto Tassi, Arcer, Bergamo 1997; Sandro Parmigiani (a cura di), Gianfranco Ferroni. La luce della solitudine - 60 litografie 1963-1999, catalogo della mostra di Reggio Emilia, I Quaderni di Palazzo Magnani, Reggio Emilia, 1999; Enrico Ghezzi, Franco Marcoaldi, Elisabetta Sgarbi, La notte che si sposta. Gianfranco Ferroni, Bergamo, Lubrina, 2002; Mina Gregori (a cura di), Gianfranco Ferroni: Dipinti disegni, incisioni, fotografie, cat. della mostra, Firenze, Fondazione di studi di Storia dell’Arte Roberto Longhi, con testi di Mina Gregori, Tonino Guerra, Renzo Mangili, Franco Marcoaldi e interviste e scritti di Gianfranco Ferroni, Lubrina, Bergamo, 2003; Flavio Arensi (a cura di), Gianfranco Ferroni, Diario esistenziale. 1956-1976 gli anni decisivi, cat. della mostra, Legnano, Palazzo Leone da Perego, 2004; Arialdo Ceribelli, Franco Marcoaldi (a cura di), Gianfranco Ferroni. Catalogo delle incisioni, Lubrina, Bergamo, 2002; Arialdo Ceribelli, Chiara Gatti (a cura di) Gianfranco Ferroni, Litografie. Catalogo ragionato, con un testo di Marco Vallora, Lubrina, Bergamo, 2006; Maria Cristina Rodeschini, Marco Vallora, Marcella Cattaneo (a cura di), Gianfranco Ferroni, catalogo della mostra di Bergamo, Palazzo della Ragione, Gamec/Lubrina, Bergamo, 2007; Ornella Bramani (a cura di), Gianfranco Ferroni, catalogo della mostra di Milano, Palazzo Reale, con scritti di Vittorio Sgarbi, Luca Ronconi, Alberto Boatto, Silvio Lacasella, Valerio Magrelli, Franco Marcoaldi, Casimiro Porro, Marco Vallora, Skira, Milano, 2007.

 

Filmografia

 

La notte che si sposta. Gianfranco Ferroni, regia di Elisabetta Sgarbi, presentato alla 59a Mostra d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, DVD Lubrina editore, Bergamo, 2002 (anche con libro di accompagnamento per cui vedi bibliografia).

 

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