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Sebastien Bourdon

(Montpellier 1616 - Parigi 1671)

Biografia

La fama di plagiario che Bourdon si fece imitando e vendendo in gioventù come proprie opere, copie di quelle di Claude Lorrain, di Peter van Laer (il Bamboccio) e di Andrea Sacchi, e il discredito in cui proprio per questo fu tenuto per tutto l'Ottocento, non hanno reso giustizia all'opera di questo pittore che, nel suo apparente eclettismo, resta una fra le personalità artistiche più esuberanti, poetiche e originali del Seicento francese.

Lo stesso discredito ottocentesco ha contribuito a farne disperdere e dimenticare l'opera il cui catalogo ha potuto in questi anni essere ricostruito solo grazie al paziente e rigoroso lavoro di Jacques Thuillier, la cui fondamentale monografia sull'artista costituisce oggi un indispensabile punto di riferimento critico per ogni ulteriore studio della sua opera.

Figlio di Morin Bourdon, pittore e maestro vetraio calvinista, e di Jeanne Gaultière, Sébastien Bourdon nasce a Montpellier il 2 febbraio 1616, quarto di sette figli. Appena adolescente viene mandato a Parigi dove lavora come apprendista pittore, ma a diciotto anni lo troviamo a Roma dove, come già detto, si guadagna da vivere copiando e vendendo come proprie, opere di Claude Lorrain, del Bamboccio e di Andrea Sacchi, vale a dire di alcuni fra i maggiori pittori attivi nella capitale, che lo mettono subito in contrasto con gli ambienti artistici della città. In procinto di essere denunciato all'Inquisizione come protestante, nel 1637 riesce a fuggire solo grazie al finanziere Hosselin. A Roma Bourdon aveva intanto profondamente assimilato i modi e lo stile di Poussin e di G. B. Castiglione (il Grechetto), che avranno un'influenza decisiva sullo sviluppo della sua opera, insieme alla pittura veneziana da lui studiata nel '37 nel corso di una breve tappa lungo la via del ritorno a Parigi. Qui si guadagna da vivere vendendo i suoi dipinti con scene di battaglia e di caccia e i suoi piccoli quadri con scene di genere ispirati all'allegra pittura del Bamboccio e a quella nordica e olandese di Teniers, ma con una finezza esecutiva e un'eleganza tali da configurare un preciso stile di “bambocciata alla francese”, come scrive Thuillier.

La vulcanica personalità artistica di Bourdon e la sua disordinata esuberanza, sembrava fatta apposta, come notò già nel 1670 Félibien nei suoi Entretiens, per appropriarsi ecletticamente di ogni cosa vista, con straordinaria capacità di assimilazione. Ma intorno al 1642 il suo stile cominciò a farsi più personale e maturo. Nel 1643 dipinge per la cattedrale di Notre Dame a Parigi il Martirio di S. Pietro che segna il suo punto di maggiore avvicinamento al barocco e negli anni successivi realizza opere come Eliazar e Rebecca (Museo di Blois), la Sacra famiglia (Museo di Salisburgo) e, soprattutto, la Strage degli innocenti, oggi all'Ermitage di Leningrado, che nel rigore geometrico e nella loro nitidezza cromatica, oltre che nei temi, rappresentano il momento di massima assimilazione della lezione di Poussin, tornato nel 1642 a Parigi.

Stimato da Vouet, provvisto di un alloggio al Louvre e membro fondatore nel 1648 dell'Accademia reale di Parigi, Bourdon è anche in quegli stessi anni, un attivo esponente protestante. Ma quando a Parigi scoppia la Fronda e cadono di colpo le commissioni, coglie al volo l'invito della Regina Cristina di Svezia di trasferirsi a Stoccolma dove fra il 1652 e il 1654 esegue numerosi ritratti di membri della corte svedese e della stessa sovrana, fra cui il celebre Cristina di Svezia a cavallo, oggi al Prado.

E' in questi stessi anni che si precisa quel suo particolare stile ritrattistico costruito con una pennellata grassa e un impasto largo di colore, che riesce a restituire il rango sociale del personaggio attraverso la finezza dell’analisi psicologica.

Tornato a Parigi nel 1654, viene nominato rettore dell'Accademia reale e fra il 1656 e il 1657 si trasferisce nella nativa Montpellier, dove, insieme a una serie di magnifici ritratti, realizza nella cattedrale La caduta di Simon Mago e Le sette opere di misericordia - da cui trasse anche una serie di acqueforti - che sono fra i massimi capolavori della sua maturità e di tutta la pittura del Seicento francese.

Con la fama arrivano così anche le grandi committenze. A Parigi nel 1663 esegue le decorazioni del Palazzo Breton Villiers, oggi perdute, e quelle della Sala del Re alle Tuileries, insieme, probabilmente, ad altri lavori del genere di cui non resta tuttavia alcuna documentazione.

Agli ultimi anni della sua vita, quando la salute malferma lo costringe ad abbandonare tutti gli incarichi all'Accademia, appartengono i grandi paesaggi che, sia nei dipinti che nelle incisioni, fanno spesso da sfondo alle sue scene bibliche dove affiora l'influenza del Domenichino, ultima reviviscenza dell'istintivo e predatorio eclettismo che ne aveva segnato in gioventù gli esordi artistici.

Bourdon muore a Parigi nel 1671 a 55 anni, lasciando sedici figli avuti dalle sue due mogli.

Bibliografia

Sebastien Bourdon, peintre de portraits, in “Gazette des Beaux Arts”, VII, 1912; Charles Sterling, Sébastien Bourdon in Il Seicento europeo. Realismo, Classicismo, Barocco, catalogo della mostra, Roma, Palazzo delle Esposizioni, 1957; René Huyghe, La peinture française du XVII e du XVIII siècle, Paris, Flammarion, 1962; Giulio Carlo Argan, L’Europa delle capitali, Fabbri-Skira, 1965; Jacques Thuillier e Albert Châtelet, La pittura francese. Da Le Nain a Fragonard, Fabbri-Skira, 1965; Ladislav Daniel, Sébastien Bourdon, in Galérie nationale de Prague. L’art ancien européen, Paris-Prague, Réunion des Musées nationaux, 1992; David A. Lévine e Ekkeard Mai, I Bamboccianti, catalogo della mostra di Colonia, Wallraf-Richatz Museum, 1991; Agnes Szigheti e Eva Nyerges, Sébastien Bourdon in L’Europa della pittura nel XVII secolo, catalogo della mostra, Milano, Permanente, 1997; Marie Cabane, Sébastien Bourbon. Des tableaux qui ont une histoire, Paris, chez l’auteur, 2000; Jacques Thuillier, Sébastien Bourdon 1616-1671, Catalogue critique et chronologique de l’oeuvre complet, Paris, Réunion des Musées nationaux - Montpellier, Musée Fabre, 2000.

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