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Salvator Rosa

(Arenella, Napoli 1615 - Roma 1673)

Biografia

Pittore, musicista, attore e letterato, Salvator Rosa ha affascinato con la sua vita e la sua opera generazioni di romantici, ma il suo stesso temperamento e la sua personalità artistica hanno qualcosa di irriducibilmente romantico.

Nacque ad Arenella, nei pressi di Napoli il 21 giugno 1615, da un famiglia di pittori e fu probabilmente questo ambiente familiare che lo spinse ad abbandonare a 17 anni gli studi letterari per dedicarsi alla pittura prima nella bottega di Francesco Fracanzano, che nel 1632 divenne suo cognato, poi in quella del Ribera e, infine, in quella di Aniello Falcone la cui influenza appare determinante nelle prime opere che si conoscono di lui, come i Pescatori di Corallo, oggi alla Columbia Museum of Art.

Nel 1635 Salvator Rosa si trasferì a Roma dove inizialmente ebbe qualche contatto, come sembrano segnalare alcune opere di questo periodo (Soldato e mendicante e Bambocciata, entrambe in collezione privata), con Van Laer, detto il Bamboccio, e l’ambiente dei bamboccianti, in seguito sempre detestati. Sotto l’influenza di Claude Lorrain e Nicolas Poussin, il suo stile, sempre teso a cogliere l’aspetto pittoresco del paesaggio naturale, acquista in quegli anni equilibrio formale e limpidezza classica (Erminia e Tancredi e Veduta di una baia, della Galleria Estense di Modena), anche se nei ritratti e nelle figure rimane ancora l’influenza del crudo naturalismo del Ribera e del drammatico chiaroscuro del Caravaggio (Incredulità di S. Tommaso, Museo Civico di Viterbo).

Costretto a fuggire da Roma per le sue pungenti recite satiriche sotto la maschera napoletana di Pascariello Formica e Coviello Patacca, nel 1640 il Rosa si rifugiò a Firenze sotto la generosa protezione del cardinal Giovan Carlo de’ Medici, fratello del granduca Ferdinando II, in un ambiente culturale di scienziati (Evangelista Torricelli), letterati (Lorenzo Lippi) e filosofi ( G.B. Ricciardi), in cui si rinfocolano le sue antiche ambizioni letterarie e matura il suo interesse filosofico per l’etica dello stoicismo. Scrive le sue Satire, dove teorizza una pittura ispirata a temi e figure della filosofia stoica e nella sua opera pittorica, ora sempre più influenzata da Jacques Callot e da Filippo Napoletano, il paesaggio naturale, spoglio, selvaggio e carico di mistero, diventa scenario per la rappresentazione idealizzata di episodi della vita dei grandi filosofi e dei grandi personaggi storici del passato, come nel Cincinnato chiamato alla fattoria e nell’Alessandro e Diogene, entrambi nella collezione Spencer di Althorp, o ne La selva dei filosofi a Palazzo Pitti a Firenze.

Contemporaneamente dipinge grandiose scene di battaglie, che gli valsero presso alcuni il soprannome di “Salvator delle battaglie” e che, nella loro monumentalità, si risolvono anch’esse in epiche rappresentazioni ideali.

Negli ultimi anni del soggiorno fiorentino, i suoi interessi artistici si allargano ai temi esoterici della magia e della stregoneria, (Streghe e incantesimi, 1646, alla National Gallery), mentre la sua pittura, sempre più scura nei toni in rapporto al maturare del suo pessimismo, si concentra sulla rappresentazione allegorica di temi morali e idee filosofiche al di fuori di ogni ambientazione paesistica (Pan e Siringa, La Filosofia, entrambe a Palazzo Enzelberg a Campan e La Fortuna al Paul Getty Museum di Malibù).

Tornato a Roma nel 1649, Salvator Rosa aspira ormai a essere considerato solo “pittore di cose morali”, come lo definì Jacopo Salviati. Ma ciò che più ammiravano i suoi ricchi committenti romani - i Chigi, il banchiere Carlo de’ Rossi - e per cui era soprattutto richiesto nelle maggiori corti europee, restavano i suoi paesaggi. Egli cominciò così a ricercare una propria autonomia artistica rifiutando le richieste dei suoi committenti e andando a vendere i suoi quadri alle mostre annuali al Pantheon o in San Giovanni Decollato, preoccupandosi anche di diffondere la conoscenza delle sue opere attraverso l’incisione, cui si dedicò proprio a partire da questi anni. Numerosissimi i dipinti di soggetto filosofico e mitologico-morale degli ultimi vent’anni in cui Salvator Rosa dipinge due assoluti capolavori come Humana Fragilitas (Fitzwilliam Museum di Cambridge) e Lo spirito di Samuele evocato davanti a Saul dalla strega di Endsor, acquistato da Luigi XIV e oggi al Louvre. Al paesaggio Salvator Rosa tornò negli ultimi anni della sua vita dipingendo una natura sempre più spoglia, gravida di pessimismo e solitaria, come gli eremiti e i filosofi che la abitano. Morì a Roma il 15 dicembre 1673, sepolto in Santa Maria degli Angeli.

Bibliografia

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