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Ferruccio Gini

(Villa di Chiavenna 1943 - )

Artista valtellinese

Biografia

Ferruccio Gini è nato a Villa di Chiavenna il 6 marzo 1943. Nel 1962 si trasferisce per motivi di lavoro ad Aglié nel Canavese, dove entra presto in contatto con il gruppo di artisti di Castellamonte, allora patria della ceramica e della terracotta. Dopo le prime prove di scultura con lavori in ferro saldato, comincia a dipingere campi di grano e paesaggi della campagna canavese, ma anche ritratti - andati in gran parte distrutti nell’incendio della galleria “Il buco” di Castellamonte nel ’66 - farfalle e un ciclo sui fiori che espone nel 1967 a Ivrea alla sala “Sisto Daly” dell’Olivetti. Sono immagini in cui Gini cerca già una sintesi astratta dell’oggetto, in un’atmosfera di sospesa e quasi metafisica fissità. “Io tendo a una pittura essenziale che credo di aver trovato negli ultimi quadri di tendenza astratto-espressionistica” dichiara nel ’67 a un giornale locale canavese, puntualizzando il proprio programma artistico.

Nel 1968 Gini espone a Chiavenna e l’anno dopo a Medesimo, ma il suo vero rientro in Valtellina avviene nel marzo del 1970 con un’importante mostra al Palazzo del Governo di Sondrio dove presenta la sua nuova produzione. “C’è la tendenza verso un mondo essenziale, tutto purezza e chiarezza - scrive Riccardo Piazzi nel dépliant di presentazione della mostra - un mondo puro e rarefatto, forse sovrannaturale.” Alla mostra di Sondrio Gini presenta, tra l’altro, alcune sue tele ottenute con un impasto di polvere di metallo e polvere di ossidi per il colore, con effetti di plastica matericità, quasi da bassorilievo scultoreo, che mettono in luce l’altra componente essenziale della sua personalità artistica, vale a dire lo sperimentalismo tecnico che ne caratterizza ancor oggi l’evoluzione del linguaggio artistico. Ma quella delle tele metalliche è una tecnica che Gini abbandona presto per tornare alle atmosfere rarefatte e silenziose delle sue figure femminili e dei suoi paesaggi nelle chine, nelle tempere e nei pastelli che attirano l’interesse e l’attenzione di un collezionista di gran gusto e competenza come Giuseppe Piperata, un medico istriano che è stato nel dopoguerra, in Valtellina, il nume tutelare dei giovani artisti. E, insieme ai paesaggi, è un importante ciclo di nature morte con uova, limoni e pesci, a qualificare negli anni Settanta e nei primi anni Ottanta la sua produzione, che presto raggiunge quel metafisico nitore geometrico venato di enigmatico e sottile lirismo che costituisce la sua più autentica cifra stilistica e che un critico parigino, François Perche, in occasione della partecipazione di Gini a una collettiva a Parigi nel ’79 con Elio Pelizzatti e altri, ha definito come la sua peculiare capacità “di dar vita all’impalpabile”. Caratteristica della pittura di Gini è una progressiva tensione a trascendere l’oggetto della propria rappresentazione. Le sue uova, i suoi limoni diventano presto una sfera pura, una mera forma geometrica. I suoi paesaggi toscani, siciliani, montani o marini, non hanno nulla che li connoti o semplicemente li rievochi come tali. Ciò che Gini si propone non è risolvere un dato di natura nella sua forma astratta pura, ma fissare nella sua assoluta purezza una sensazione spogliandola di qualsiasi scoria di realtà che possa legarla a un luogo o a qualcosa di particolare. In questo senso la sua pittura non rappresenta nulla, ma non è una pittura raggelata del nulla. Non vuole rappresentare ciò che è nelle cose, ma solo ciò che è nell’anima. E’, insomma, una pittura della sensazione pura dell’anima. Da qui quel nitore lirico e quel senso vagamente onirico ed enigmatico che la connota e che ci fa avvertire e contemplare, senza poterlo vedere, ciò che di impalpabile, di inafferrabile e, in ultima analisi, di indicibile c’è in ogni vera sensazione. Non c’è più l’uomo, è stato detto, in questa pittura, ma c’è la poesia umanissima dei sentimenti umani. Non c’è, all’apparenza, né gioia, né dolore, perché questi sentimenti, insieme a una certa vena malinconica, affiorano lentamente e silenziosamente nel paesaggio lirico e onirico dei suoi quadri. E’ dunque un bisogno assoluto di purezza quello che sta alla base dell’ispirazione di Gini, un bisogno che si nutre di lirismo, ma anche di esistenziale inquietudine, perché, come ogni bisogno assoluto, é destinato a rimanere inappagato e a rinascere sempre nuovo per trovare un suo provvisorio momento di requie nella creazione artistica.

Ferruccio Gini, che vive a Chiavenna, è istruttore di nautica e uomo di mare. E dal mare trae quel sentimento di infinito che affiora nei suoi paesaggi dove si rappresenta, in variazioni continue, sempre la stessa cosa, un orizzonte.

Dopo la mostra di Perugia del marzo 1989 e quella di paesaggi, “Ricordi di terra, ricordi di mare,” al Chiostrino di S. Eufemia a Como nel 1991, che segnano l’apice della sua maturità artistica, Gini ha taciuto per un decennio, per ripensare profondamente i propri modi espressivi. E’ ritornato sulla scena artistica provinciale alcuni anni fa con una serie di “pittografie”, come ha chiamato queste sue nuove opere, in cui non dipinge più col pennello, ma con l’occhio fotografico. Con pochi materiali, (qualche foglio di carta, una piccola sfera, la sagoma di una carta spiegazzata) egli costruisce il proprio motivo pittorico in un piccolo spazio su un tavolo e lo fotografa nel momento in cui sembra rispondere pienamente alla sensazione dei paesaggi che custodisce nell’anima, ingrandendo poi l’immagine al computer fino al punto del massimo equilibrio espressivo, stampandola poi in due o tre copie prima di distruggere la matrice. Riaffiora, certo, in questa contaminazione di pittura e fotografia, quella tendenza allo sperimentalismo tecnico che abbiamo visto operante già agli inizi della sua carriera, e rimane, come ha sottolineato Marina Cotelli, la stessa tendenza alla “semplificazione dell’immagine”, alla pulizia del colore e all’essenzialità che dava elegante nitidezza alla sua pittura a olio e che ritorna qui, a nostro avviso, in forma più esasperata, fino alla totale smaterializzazione dell’immagine, incrementando la sua caratteristica onirica. Queste immagini pittografiche, sono immagini diverse da quelle della sua pittura a olio di un tempo, immagini dove prevale il momento tecnologico della creatività artistica. In esse, tuttavia, prende corpo un’altra delle sue tendenze più nascoste, quella analitica di sezionare e scoprire nell’infinitamente piccolo l’infinitamente grande, di trasformare un luogo particolare in un orizzonte infinito, di dilatare la sensazione di un attimo a una dimensione cosmica. Nella “pittografia ”, insomma, Gini realizza ciò che dichiarava già nel ’67, all’inizio della propria carriera artistica: “ Dipingere è come avvicinarsi ad un oggetto ed esaminarlo a fondo con un microscopio. Si finisce con lo scoprire un’infinità di particolari inattesi”.

Bibliografia

R.A., Dalla ceramica alla pittura, “Il Corriere del Canavese”, 1967; Riccardo Piazzi, Ferruccio Gini, nota critica di presentazione della mostra di Sondrio, Sondrio, 1970; Guido Scaramellini, Ferruccio Gini, nota critica di presentazione della mostra di Chiavenna, Chiavenna, 1978; Aldo Spinardi, Nelle opere di Elio Pelizzatti e di Ferruccio Gini un richiamo alle fonti della vita, “Gazzetta del Popolo” 20 maggio 1979; Francois Perche, Gini Ferrucho (sic!), in 18 dicembre 1979; Ferruccio Scala, I silenzi dell’umiltà, “Il Lavoratore valtellinese” 15 luglio 1979; Ferruccio Scala, Ferruccio Gini, “Il lavoratore valtellinese”, 31 gennaio, 1980; Duccio Travaglia, Ferruccio Gini, Ipso Arts gallery, Perugia, 1989; Giuseppe Maradei, Nella sfera di Gini, “Umbria oggi”, 12 aprile 1989;  Flavio Guenzi, Ferruccio Gini, nota critica di presentazione alla mostra di Como, 1991; Marina Cotelli Gini, le pittografie, nota critica di presentazione della mostra di Sondrio, 2001; Franco Monteforte, Intuizioni istantanee, “La provincia di Sondrio, 12 dicembre 2001; Carlo Mola, C’è lirica nelle opere di Gini, “La Provincia”, 10 dicembre 2001; Franco Monteforte, Ferruccio Gini, L’arte “pittografia” a colpi di mouse, “La Provincia di Sondrio”, 20 luglio 2002; Donatella Micault, Seducenti pittografie di Gini, “la Provincia”, 22 ottobre 2003;Franco Monteforte, Tracce. Il paesaggio evocativo nell'arte valtellinese del secondo Novecento, Banca Popolare di Sondrio, 2018.

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