(Livorno 1927 - Bergamo 2001)
mm 302x260
Litografia
Acquisto
“Gli oggetti sono degli alibi, non è che mi interessino particolarmente. Sono dei punti di riferimento per dare possibilità alla luce e allo spazio di diventare protagonisti. Luce e spazio sono le condizioni essenziali per tentare di capire un mistero che è appunto quello dell'esistenza.” Queste affermazioni di Gianfranco Ferroni fatte nel '95 in un'intervista radiofonica a Gianfranco Nembrini sulla Rtsi, trovano puntuale riscontro nei dipinti e nelle incisioni degli anni '80 e '90. Gli oggetti - una bottiglia, un barattolo vuoto rovesciato, una ciotola, vasi, bicchieri, pennelli, gli attrezzi, insomma, della sua attività di artista - non hanno qui alcuna funzione evocativa, non parlano della quotidianità dell'artista e non parlano neppure di se stessi come oggetti, ma sono l'occasione per un gioco di luci e di ombre con cui l'artista dà forma allo spazio. La luce delicata e soffusa che dall'alto, sulla sinistra, piove su di essi ne accentua la plastica evidenza nello spazio su cui proiettano un alone silenzioso di mistero che rimanda al di là di essi, li smaterializza e li rende presenze inafferrabili ed enigmatiche, evidenti ed evanescenti allo stesso tempo. Nel silenzio e nel vuoto, la bottiglia in cui culmina questo piccolo mondo di oggetti, si eleva come un calice, risplende e si irradia misticamente nello spazio, lo rende vibrante e ne intride ogni fibra aprendo le porte al mistero, senza svelarlo. Il silenzio, il vuoto, il nulla, diventano, insomma, la condizione del mistero e, forse, sono tutto il mistero alle cui porte l'artista torna quotidianamente a bussare in un'ansia conoscitiva destinata a rimanere inappagata.