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Titolo dell'opera:

Estasi di S. Chiara (XVII sec.)

Autore:

Maestro bolognese del XVII sec.

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Dimensioni:

cm. 40 x 50

Tecnica:

Olio su tela

Stile:

Barocco

Provenienza:

Collezione Giuseppe Piperata

Estasi di S. Chiara (XVII sec.)

Il tema dell’estasi di Santa Chiara non è tra quelli più frequenti, anche perché la Santa, seguace di S. Francesco e fondatrice dell’ordine delle Clarisse, di cui nel dipinto veste appunto l’abito, non appartiene alla storia del misticismo medievale, come Santa Teresa o Angela da Foligno, ma a quella dei grandi visionari, al punto da essere dichiarata nel ’58, da Pio XII, protettrice della televisione, malgrado fosse vissuta sempre in clausura. E nel dipinto, infatti, non è l’abbandono mistico ed estatico il vero tema, quanto il miracolo connesso all’apparizione di Gesù Bambino, entrato presto nella leggenda della santa.
L’episodio, narrato da Tommaso da Celano nella Legenda S. Clarae Virginis, scritta appena otto giorni dopo la morte della santa nel 1253, si riferisce all’assedio cui nel 1244 Federico II sottopose Assisi con truppe saracene e al tentativo di saccheggio da parte di queste, della chiesa di S. Damiano posta appena fuori le mura della città. Chiara, malata, volle esser trasportata sotto le mura e qui, su un altare improvvisato, davanti alla pisside con l’ostia consacrata cominciò intensamente a pregare invocando la protezione di Gesù sui bambini indifesi della città, finché non udì una voce infantile dall’alto che diceva: “mi prenderò sempre cura di loro”. Poco dopo i saraceni si ritirarono e la città fu salva. Al di là del leggenda, il tema di Gesù Bambino difensore degli innocenti e portatore di pace in mezzo alla lotta e al dolore, è proprio della spiritualità francescana e del pacifismo che unisce il movimento medievale francescano e delle clarisse a quello contemporaneo dei catari e dei valdesi.
Il dipinto riprende, appunto, abbastanza fedelmente i particolari del racconto miracoloso di Tommaso da Celano e più che carattere contemplativo ha carattere squisitamente narrativo.
La santa, che indossa l’abito monacale e il mantello delle Clarisse, è colta nel momento in cui irrompe la visione di Gesù Bambino e la sua voce protettrice. Davanti a lei c’è l’altare su cui è posta la pisside con il SS. Sacramento che la santa ha appena finito di invocare sull’inginocchiatoio da cui si è appena alzata. In basso sulla destra, dietro di lei, si intravede la scena dell’assedio dei saraceni.
Sulla sinistra, sopra l’altare, affiora nell’ombra un viso infantile implorante sopra cui si distende il braccio protettivo di Gesù Bambino. Ma dal corpo di Gesù un’altra mano fa capolino nell’ombra fino ad accarezzare la testa del bambino. Non potendo far udire la voce, il pittore affida a questo gesto il miracoloso messaggio salvifico che giunge alla santa. La luce proveniente dall’alto, colpisce il volto della santa, si diffonde radente sul suo mantello, mettendone efficacemente in luce il panneggio, e getta, coi suoi ultimi riflessi, una pallida luce sinistra sulla violenza dell’assalto dei saraceni. Tutta la regia narrativa della composizione è, in questo modo, affidata all’impianto chiaroscurale della scena che si apre teatralmente coi due putti che sollevano in alto il sipario.
Lo stato alquanto deteriorato della tela, già nella collezione sondriese del prof. Giuseppe Piperata, non consente purtroppo di apprezzarne appieno le qualità cromatiche, i numerosi particolari iconografici e la notevole fattura d’insieme che portano a collocarla nell’ambito del Seicento bolognese.