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Titolo dell'opera:

Vedute di Milano (1786-1792)

Autore:

Domenico Aspari

(Milano 1745 - Milano 1831)

Tecnica:

Acquaforte e bulino

Stile:

Classicismo settecentesco lombardo

Bibliografia

Giuseppe Fumagalli, Un incisore milanese della fine del Settecento: Domenico Aspari, Milano, U. Allegretti, 1904;  
Luca Beltrami, Le ultime vedute di Milano di Domenico Aspari, Milano, 1912;
Paolo Arrigoni, Milano nelle vecchie stampe, vol. I, Le Vedute, Milano, Cariplo, 1969-1970, pp. XXI-XXII e 36-38, ill. n. 129/1-16;  
Gastone Cambin, Domenico e Carlo Aspari incisori e architetti olivonesi, Lugano, Società ticinese per la conservazione delle bellezze naturali e artistiche, 1972;
Milano nelle incisioni di Domenico Aspari e Gasparo Galliari, a cura di Pantaleo di Marzo, testi di Anita Mercuri,  Milano, Cooperativa editoriale “Gli Sfidanti”, 1988;  
Rebecca Carnevali, Le Vedute di Milano di Domenico Aspari, in “Rivista dell’incisione antica e moderna”, n. 1, gennaio-marzo 1990, pp.11-17;
La Milano di Giuseppe Parini nelle vedute di Domenico Aspari (1786-1792), introd. di Guido Bezzola, Milano, Il Polifilo, 1999;
Franco Monteforte, Milano e la Lombardia pittoresca del primo Ottocento, Sondrio, Banca Popolare di Sondrio, 2011.

Vedute di Milano (1786-1792)

Accanto ai veneti (Canaletto, Bellotto, Visentini, ecc.) e a G. B. Piranesi, il milanese Domenico Aspari è uno dei grandi vedutisti italiani del Settecento. Ma mentre a Venezia la veduta resta legata, anche nell’incisione, ai valori di luminosità propri della tradizione pittorica veneta e quelle di Piranesi puntano sulla suggestione antiquaria delle rovine di Roma viste con la sua celebre prospettiva aerea, le 16 Vedute di Milano di Domenico Aspari rappresentano, in ambito milanese, una novità. A Milano, infatti, ha notato Rebecca Carnevali, alla fine del Settecento non c’è ancora  una forte tradizione vedutistica come a Roma o a Venezia, se si prescinde dalle vedute di Marc’Antonio Dal Re, il cui livello qualitativo non è certamente paragonabile alla maturità stilistica delle  vedute dell’Aspari.
Aspari non indugia sul gusto delle le rovine, né si compiace di particolari effetti luministici, ma punta a rappresentare la città così come si presenta alla fine della Settecento  con le sue monumentali  architetture moderne e i resti delle rovine del passato, le une e le altre, però,  sempre inserite in un animato e realistico quadro di vita sociale che le rende vive, cioè  immesse nel flusso della contemporaneità, senza per questo rinunziare a richiamarne il legame con la storia attraverso stemmi e resti lapidei di fantasia solitamente relegati ai bordi della scena.
I soggetti rappresentano i luoghi più tipici della città, quelli che le conferiscono il suo inconfondibile volto: il cortile del Palazzo di Brera, sede dell’Accademia di Belle Arti dove Aspari insegnò per 50 anni, le colonne di San Lorenzo, Santa Maria presso San Celso, il Mercato di porta Ticinese con il ponte e il monumento del Trofeo, la piazza Fontana con la nuova facciata del palazzo dell’Arcivescovado,  palazzo Marino, sede della Camera dei Conti e degli uffici finanziari del Ducato di Milano, la piazza e il palazzo Belgiojoso, l’una e l’altro anch’essi da poco realizzati da Giuseppe Piermarini,  San Paolo alle Monache, l’esterno della Porta Romana, il Teatro alla Scala sempre del Permarini, l’Ospedale Maggiore, la piazza Castello, il Duomo visto dalla parte dell’abside, il Collegio Elvetico appena diventato palazzo del Governo e cos’ denominato dall’Aspari, il Castello visto insieme a una parte della città.
E’ la Milano di Maria Teresa e del riformismo teresiano, la Milano moderna e monumentale del Piermarini in cui gli ultimi bagliori del barocco si fondono con il nuovo gusto neoclassico, ed è anche, come giustamente ha fatto notare Guido Bezzola, la Milano del Parini e del Giovin signore.       
Ci sono alcune particolarità stilistiche che contrassegnano queste vedute dell’Aspari, come la prospettiva, derivata da Piranesi, mirata a far risaltare la grandiosità monumentale delle architetture,  il punto di vista ribassato, questa volta opposto a quello aereo del Piranesi, che porta la scena urbana al livello dell’osservatore che vi si trova così maggiormente coinvolto, o l’architettura, resa sempre con realistica minuzia descrittiva,  posta nella parte mediana della composizione tra un primo piano animato e una vasta porzione di cielo. Sull’architettura rappresentata si concentra, infine, sempre il massimo della luminosità, accentuata dal contrasto con la più o meno intensa zona in ombra del primo piano.
Delle vedute dell’Aspari  ci sono due edizioni, quella originale del 1792 e quella edita da Vallardi nel 1808. In questa seconda edizione, sono aggiornate e semplificati i titoli e sono omesse le dediche e le notizie storiche,  mentre sono mantenute le indicazioni dell’incisore, della data di esecuzione e dell’autore del monumento architettonico. In tutte, infine, nell’edizione del 1808, appare l’indicazione: Milano presso li Frat. Vallardi S. Margerita (sic), N.1101

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