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Titolo dell'opera:

Paesaggio con filosofo

Autore:

Salvator Rosa

(Arenella, Napoli 1615 - Roma 1673)

Dimensioni:

cm 75,7x53,8

Tecnica:

Olio su tela

Stile:

Barocco

Provenienza:

Collezione privata varesina tramite Finarte, 1981 con il titolo: Paesaggio con Fiore

Bibliografia

AA.VV., Dipinti, disegni e incisioni di Salvator Rosa, catalogo della mostra, Galleria Barsanti, Roma, 1957, n. 6; H Langdon, Salvator Rosa, catalogo della mostra, London, 1973, p.30, n. 28; L. Salerno, Salvator Rosa Milano, 1975, p. 98, fig. 10; A. Busiri Vici, Andrea Locatelli e il paesaggio romano del 700, Roma, 1976, p. 112, fig. 133; AA.VV., Tesori d'arte delle banche lombarde, Roma, 1995, p. 115

Paesaggio con filosofo

Seduto su uno spuntone roccioso, un filosofo legge meditando. Non è una presenza estranea nella natura, ma, al contrario, è profondamente immerso in essa quasi ne fosse parte.

Non sappiamo cosa stia leggendo, ma lo possiamo intuire da tutto ciò che lo circonda. I grossi alberi spogli e sradicati in primo piano si protendono senza speranza verso il cielo fin quasi a toccarlo, mentre coi rami più verdi si abbassano pietosi verso la piccola figura del filosofo in secondo piano, fin quasi ad accarezzarlo. Il cielo, chiazzato di nubi, è di un azzurro malinconico e senza gioia e nella natura, sprofondata nell’ombra davanti a noi su tutto il primo piano, ogni cosa sembra desolatamente marcire al culmine stesso della sua vita.

E’ una meditazione sulla morte e sulla caducità delle cose e della vita ciò su cui sta meditando il filosofo, forse uno stoico romano, come sembra indicare la toga in cui è avvolto. I suoi pensieri sembrano così proiettarsi sul paesaggio e questo sembra farsene simbolicamente interprete dando ad essi una dimensione cosmica, universale. L’uomo è piccolo, ma i suoi pensieri sono grandi a contatto con la natura. Ed è questa fusione etica di uomo e natura ciò che dà la sua tesa, serena e desolata armonia all’intera composizione.

Non ci troviamo dinanzi a un paesaggio, ma dinanzi a una meditazione filosofica cui partecipano insieme l’uomo e la natura. Non più ninfe, non più satiri, non più déi, non più rovine romane in questo paesaggio secentesco, ma l’uomo eterno e senza storia, solo, dentro la natura di cui è parte, col proprio pessimismo di fronte all’inesorabile scorrere del tempo e al mistero della morte.

Mai la filosofia stoica, cui Salvator Rosa profondamente aderiva, aveva avuto una rappresentazione così intensa, e si comprende, perciò, come i romantici lo ritenessero loro simile, loro fratello.

L’arte di Salvator Rosa sta all’origine della moderna pittura di paesaggio in età romantica. Essa ha potentemente contribuito a fare del paesaggio un genere e un soggetto autonomo dell’arte. In tutte le fasi della sua produzione artistica, infatti, il paesaggio - serenamente classico o allegoricamente selvaggio, magicamente misterioso o desolatamente solitario - ha sempre rivestito una funzione importante.

Questo dipinto, acquistato dalla Banca Popolare di Sondrio nel 1981 da Finarte, è uno dei più noti e intensi paesaggi morali degli ultimi anni di vita dell’artista napoletano, quando il suo pessimismo senza illusioni, maturato dopo il ritorno a Roma nel ‘49, raggiunge il punto più estremo.