Lungo le strette vie del centro storico di Tirano, le antiche dimoredelle nobili famiglie tiranesi - i Venosta, i Merizzi, gli Omodei, iTorelli - si stringono ancor oggi a nidiata attorno al campanileromanico della parrocchiale di S. Martino, senza alcuna desiderio diemergere o di distinguersi dall'insieme. Solo la vasta facciata diPalazzo Salis, che corre lungo tutta l'antica contrada Capo di Terrafino alle rive dell'Adda dove un tempo finivano le mura sforzesche,domina imponente la stretta piazza antistante come la cinta di unpiccolo castello, con le due torri alle estremità e il breve prologoarrotondato e merlato della sua estremità meridionale che si protendeverso la chiesa, nel perenne dialogo col potere religioso che i Salishanno sempre ricercato.
E' difficile oggi immaginare quantoquesta famiglia di diplomatici, militari, uomini politici eintellettuali, di antica nobiltà comasca (come dimostrerebbe il salicelariano dello stemma), stabilitasi nel XII secolo a Soglio in ValBregaglia e da lì, fra il '300 e il '700, proliferata in mille rami pertutta Europa grazie a un'accorta politica di intrecci matrimoniali,abbia contato nella storia Valtellina e della Valchiavenna durante icirca tre secoli, dal 1512 al 1797, di dominio dei Grigioni di cui iSalis furono una delle famiglie più ricche e potenti. Al loro spiritoimprenditoriale risalgono, infatti, le prime, pionieristiche attivitàindustriali nella Valtellina del '700 e alla loro intraprendenzacommerciale si deve in gran parte il forte sviluppo della viticoltura edel commercio del vino valtellinese, di cui nel '600 e nel '700 essifurono fra i maggiori produttori. In meno di 250 anni i Salis diederoalla Valtellina 25 governatori, 16 vicari (giudici supremi) e 44podestà, riuscendo ad acquisire, grazie anche a una florida attivitàcreditizia, più di un terzo dei terreni della Valle (alcuni storicidicono, addirittura, la metà), oltre ai palazzi e alle numeroseresidenze che possedettero in tutti i principali centri, da Tirano aChiavenna, le due sedi storiche della morsa con cui tennero in loropotere la Valtellina. Anche Castel Masegra a Sondrio, anche PalazzoSassi de' Lavizzari - oggi sede del Museo valtellinese di storia e arte- furono dimore Salis. Alla fine del Settecento, insomma, la Valtellinae la Valchiavenna, erano di fatto una sorta di principato familiare deiSalis. E fu per volerlo mantenere tale che alla fine, con miopecalcolo, lo persero, lasciando che la Valle si unisse alla Lombardianapoleonica e perdendo così anche tutti i beni e le proprietàimmobiliari che per secoli vi avevano accumulato, tranne questo palazzodi Tirano, appartenente a un ramo della famiglia, i Salis-Zizers diTirano, valtellinesi a tutti gli effetti e cattolici per giunta, adifferenza del resto della famiglia tradizionalmente protestante.
Era stato Rodolfo Andrea Salis-Zizers, ambasciatore grigione presso la cattolicissima Spagna, a riportare nel 1622 la propria famiglia in seno al cattolicesimo, ricevendone in cambio dal vescovo di Como alcuni beni feudali in Valtellina. Qui, per amministrarli, si stabilisce nel 1637 suo figlio Giovanni Salis, che sposa nel 1649 una nobile valtellinese di Castione, Costanza de' Perari, e subito dopo avvia la realizzazione del palazzo Tirano acquistando alcuni stabili nella contrada Capo di Terra da un gruppo di nobili del luogo, fra cui, soprattutto, Simone Venosta, uno dei protagonisti del "sacro macello" del 1620, che alla sua morte, nel 1661, lo lascerà suo erede insieme alla moglie. Emerge subito, insomma, nei Salis Zizers di Tirano fin dal loro arrivo la volontà di integrarsi nella comunità locale e di primeggiarvi senza volersene distinguere. Il palazzo cresce così con la crescita della potenza familiare.
Governatore della Valtellina nel 1679, il barone Giovanni Salis riceve nel 1694 la nomina a conte del Sacro Romano Impero dall'Imperatore Leopoldo I d'Asburgo. Al suo fianco nella sistemazione della residenza tiranese, c'è il figlio Giovanni Stefano, sposato con la contessa trentina Caterina Wolkenstein e, alla morte di questa, con un'altra nobile trentina, la contessa Trapp. E' a lui che si deve la sistemazione attuale di molte sale del palazzo, passato alla sua morte in eredità ai discendenti del fratello Simone Salis - podestà di Traona nel 1673 dove aveva sposato la valtellinese Maria Elisabetta de Mont - fino a Rodolfo Salis e, nell'Ottocento, al nipote di questi, Ulisse Salis, protagonista delle "Cinque giornate" e della difesa dello Stelvio nel '48, più volte incarcerato dagli Austriaci nel corso del Risorgimento, la cui figlia Maria Felicita, avrebbe, infine, sposato il nobile valtellinese Francesco Sertoli, dando origine al ramo dei Sertoli Salis tutt'ora proprietario del palazzo e titolare dell'omonima casa vinicola che, a partire dal 1989, grazie al dinamismo imprenditoriale di Cesare Sertoli Salis, oggi purtroppo prematuramente scomparso, ha rinverdito le antiche tradizioni enologiche di famiglia di cui proprio le cantine del palazzo di Tirano furono il centro nel Seicento e nel Settecento.
Di questa secolare storia familiare, il palazzo Salis di Tirano è il puntuale riflesso architettonico e artistico, a partire dal suo stesso apparato decorativo che si svolge tutto, in gran parte, attorno agli stemmi gentilizi dei Salis e delle famiglie entrate nel tempo a far parte del casato (i de' Perari, i Wolkenstein, i De Mont, ecc.).
Il palazzo, come si è detto, non nasce da un progetto architettonico unitario, ma dal progressivo accorpamento e dalla riduzione a un insieme residenziale coerente di un gruppo di immobili preesistenti cui la facciata conferisce una certa unità definendone la gerarchia delle diverse parti racchiuse entro le due torri, di cui quella a sud, verso la chiesa, detta la torre della Sirena per via della Sirena che regge lo stemma dei Salis che fa da segnavento, è preceduta dal prologo merlato che si svolge attorno alla corte dei polli e al nucleo degli edifici rustici di lavorazione del vino, mentre quella a nord, verso l'Adda, con la camera degli sposi, è seguita dall'antistante cappella barocca di S. Carlo, già esistente all'inizio del '600 prima dell'arrivo dei Salis.
Al centro il corpo di rappresentanza del palazzo è immediatamente individuato dall'imponente portale barocco d'ingresso in pietra verde di Grosotto - che riecheggia i disegni cinquecenteschi di Iacopo Barozzi detto il Vignola - su cui campeggia lo stemma baronale dei Salis scolpito in marmo bianco.
Al di là del portale, un ampio atrio porticato lascia intravedere sullo sfondo il giardino, mentre alla sua destra si apre la corte principale, con la bella serliana affrescata al centro da un delicato motivo paesistico-vegetale al di sopra della fontana, la corte della meridiana, come è chiamata dal 1928 quando il naturalista tiranese Angelo Andres vi dipinse sulla parete est la meridiana col "mezzodì solare di Tirano" e "lo stilo nella direzione dell'asse terrestre".
A sinistra dell'atrio un largo scalone, lungo le cui pareti scorrono i ritratti dei maggiori rappresentanti del casato, porta al grande salone d'onore al primo piano, il luogo più rappresentativo di tutto il palazzo.
Le originarie decorazioni tardo-secentesche del salone andarono perdute nell'incendio dell'estate 1762. Quelle attuali, commissionate in quello stesso anno dal conte Carlo Salis, sono dovute al pittore piemontese Carlo Cucchi e al quadraturista Ferdinando Crivelli.
I colori chiari e delicati dell'insieme, l'alternarsi alle pareti di porte vere a finte aperture, come quella trompe-l'oeil che si apre su un'immaginaria scala elicoidale, le finestre che si affacciano sulla corte dei cavalli, replicate nelle finte finestre della parete opposta, il rigoglioso tessuto di pieni e di vuoti delle architetture dipinte del fregio, tutto realizza un'impressione di leggerezza e di luminosa vastità, un minuetto di finzione e realtà che culmina in alto nel ritmo ascensionale della decorazione del soffitto con le imponenti architetture dipinte che convergono verso il medaglione centrale in cui la Fama, con una tromba in mano, incorona la Virtù nello spazio illusorio del cielo verso il quale sembra aprirsi l'intero salone. Un brano di virtuosismo prospettico e di scenografica teatralità settecentesca che si replica in forme stilistiche più classiche e severe nel più piccolo ambiente del "saloncello", il salonscell, il salone invernale di rappresentanza dominato dal grande camino barocco in stucco, realizzato, forse, in occasione delle nozze di Giovanni Stefano Salis con Caterina Wolkenstein nel 1694, come sembrerebbero indicare i loro due stemmi racchiusi in una cornice di alloro al centro del camino .
Anche qui , sopra il fregio ispirato al motivo dell'acqua, un'elaborata architettura dipinta di archi, colonne e balaustre, rette agli angoli da quattro telamoni, culmina in alto in un lanternino con la raffigurazione di Dioniso, o Bacco come lo chiamavano i Romani, adagiato fra le nuvole, allusiva all'attività economica tiranese dei Salis; come una chiara allusione al lutto recente per la morte di Costanza de'Perari nel 1693 e del figlio primogenito di Giovanni Stefano Salis e di Caterina Wolkenstein nel 1694, è probabilmente il panno scuro poggiato su una balaustra accanto a un telamone girato col volto alla parete in segno di dolore e di pianto.
Dovuta forse a maestranze trentine al seguito della contessa, anche qui la decorazione della sala mira a creare nel soffitto uno spazio finto, illusorio in cui una realtà fantastica è utilizzata per celebrare le virtù e l'attività del casato, oltre che, in questo caso, per rievocare le vicende e i sentimenti più intimi della storia familiare.
Diverse sale del palazzo presentano, del resto, motivi decorativi che alludono con discrezione a membri della cerchia familiare, come nella saletta dei telamoni, così chiamata per le 12 figure maschili di possente anatomia che reggono la volta, al di sotto della quale, entro una finta trabeazione, 12 lunette racchiudono un semplice cielo di nuvole, sobria e silenziosa traduzione visiva del cognome della sposa di Giovanni Stefano Salis, Wolkenstein.
In altri casi, invece, come nella "sala delle delizie", detta anche dei Turchi per i turbanti orientali con cui sono rappresentate le quattro figure nei medaglioni della volta, le scene mitologiche delle lunette che vanno dalla raffigurazione del Parnaso ai simboli del sapere, della guerra e della devozione attendono ancora di essere studiate e decifrate nel loro ermetico simbolismo.
Uno dei motivi decorativi più interessanti e curiosi del palazzo sono le lunette del fregio con la rappresentazione delle meraviglie del mondo nella "camera degli sposi" nella torretta d'angolo meridionale. Tradizionalmente sono sette, nel mondo classico, le meraviglie del mondo: le mura e i giardini di Babilonia, la piramide di Giza in Egitto, il Colosso di Rodi, la statua di Zeus nel tempio di Artemide a Efeso, il Mausoleo, di Alicarnasso, il Faro di Alessandria. A queste sette meraviglie se ne aggiunge qui un'ottava, il Colosseo, il che dimostra una buona cultura classica nel suggeritore del programma iconografico, forse lo stesso committente Giovanni Stefano Salis, perché l'inserimento del Colosseo fra le meraviglie del mondo risale a Marziale e a Plinio il Vecchio che nella sua "Naturalis Historia" orgogliosamente ne celebra le caratteristiche di ottava meraviglia del mondo.
Ma, al di là del Colosseo, anche la raffigurazione delle altre sette meraviglie rivela un risvolto interessante nelle fonti iconografiche, costituite qui in gran parte dalle incisioni cinquecentesche di Maerten van Heemskerck, riprodotte spesso quasi fedelmente (Piramidi, Mausoleo e statua di Giove), in altri casi più liberamente (Torre e Mura di Babilonia, Faro di Alessandria), mentre in un caso, il Colosso di Rodi, la fonte iconografica della grande statua è quasi sicuramente un incisione di Fischer von Erlach del 1721, il che sposta a dopo questa data la realizzazione del ciclo delle lunette in questa camera la cui decorazione, per il resto, appare stilisticamente coeva a quella del "saloncello".
Infine la sala di Apollo e Aurora, sulla cui volta, sopra un fregio con gli stemmi di famiglia, un poderoso apparato di architetture dipinte, con la doppia balaustra rivolta all'interno e sorretta da colonne, proietta in alto il nostro sguardo verso il cielo dipinto sul soffitto su cui Apollo corre col suo carro e Aurora, accompagnata da un Eros bendato, sparge i petali rosei della prima luce mattutina, un classico tema decorativo nei soffitti dei palazzi barocchi che qui diviene anche la trasfigurazione artistica dell'originario stato di terrazza della sala.
Nella gamma cromatica chiara la decorazione richiama qui quella del Salone d'onore, senza raggiungere la scenografica teatralità rococò di quest'ultima, ma restando legata ai moduli stilistici più rigidamente classicisti della camera degli sposi e del "saloncello", cui è collegata dall'ampio terrazzo che corre lungo il lato maggiore della corte dei cavalli, attorno alla quale ruotano gli ambienti più significativi del piano nobile del palazzo.
All'esterno la vera sorpresa del palazzo è il grande giardino all'italiana, il più grande dei giardini storici della Valtellina, che si intravede subito all'ingresso, sopraelevato rispetto al piano dell'abitazione. "Il disegno vegetale - scrive Sara Gavazzi - è costituito da accuratissime siepi di bosso che determinano rigorose geometrie, quattro comparti sinuosamente arrotondati verso l'incrocio dei vialetti che si vengono a creare, contengono all'interno altre siepi che riproducono lo stesso motivo. Durante il periodo primaverile-estivo si assiste a uno splendido effetto decorativo, ottenuto da una rigogliosa fioritura di impianto recente." (S: Gavazzi, Il Palazzo Salis di Tirano, in AA.VV: Residenze nobiliari di Valtellina e Valchiavenna. Le dimore delle famiglie Salis e Sertoli, Milano, Silvana, 2002) .
Una natura divenuta opera d'arte introduce così agli ambienti più periferici del palazzo la tinaia, il locale dei torchi, la sala dell'alambicco e le cantine, un cunicolare labirinto sotterraneo di pietra che si snoda fra grandi botti al di sotto del palazzo e ne forma il ventre segreto su cui ancora oggi, come in passato, riposa la ricchezza e la potenza della famiglia. La sua importanza, del resto, è simbolicamente sottolineata dal suo stesso acceso principale, alla base dello scalone che porta al Salone d'onore.
E accanto alle grandi cantine, sotto la colombaia, in fondo al giardino, l'ambiente forse più suggestivo di tutta la parte rustica, la ghiacciaia, un profondo cilindro di pietra rustica in cui si scende attraverso gli scalini scavati nella roccia addossati alle pareti di pietra.
Franco Monteforte