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Immagine di pergamena con glossa

Icona

Il termine icona, dal greco bizantino είϰόνα, vuol dire immagine,  ma esso si riferisce in senso più stretto a quei piccoli dipinti portatili su tavola con immagini o scene religiose, prodotti nell'oriente cristiano come sviluppo della pratica ellenistica di dipingere sui sarcofaghi l'immagine dei defunti, documentata dai ritratti di El-Fayyum in Egitto.
Le prime icone fanno la loro apparizione a Bisanzio in età proto cristiana, tra il IV e il V secolo dopo Cristo, e conoscono un' ampia diffusione fino all'VIII secolo, quando, per combatterne il carattere idolatrico, l'imperatore Leone III Isaurico ne ordinò la distruzione, avviando nel 725 quella lotta iconoclasta che costituì la prima grave forma di rottura della cristianità, tra chiesa orientale fedele all'imperatore e chiesa occidentale fedele al papa. Malgrado il concilio di Nicea nel 786 ribadisse il significato religioso delle immagini sacre, la lotta iconoclastica si svilupperà ancora a più riprese e sarà Carlo Magno, nel IX secolo, a fissare nei Libri Carolini la distinzione tra "immagine"e "idolo",  con cui riteneva superata la controversia iconoclasta.
La rapida diffusione delle icone nel mondo bizantino fu, d'altronde, una conseguenza del carattere  miracoloso attribuito alle prime icone. All'origine dell'icona, infatti, c'è, com'è noto, il racconto leggendario del Mandylion,  il telo su cui Gesù avrebbe impresso, asciugandosi, il proprio volto, inviandolo al re di Edessa che alla sua vista sarebbe guarito.  E' l'icona del Volto Santo, del Cristo Acheropita , cioè "non dipinto da mano d'uomo", trasportata a Costantinopoli alla fine del X secolo e distrutta nel corso del saccheggio della città da parte dei crociati nel 1204, anche se alcuni hanno voluto identificarla nella Sindone, oggi a Torino, prima che l'esame col carbonio 14 la datasse con certezza al XIV secolo.
Proprio il racconto del Mandylion, tuttavia, ci rivela due aspetti importanti connessi al culto dell'icona.  Innanzitutto il suo carattere di immagine miracolosa, taumaturgico, che sarà proprio di tutte le icone consacrate e venerate a Costantinopoli e successivamente in Russia e nei paesi balcanici. In secondo luogo il suo carattere intrinsecamente teologico, il suo essere, cioè, una visione proveniente direttamente da Dio, un'epifania del divino. Questo spiega perché nelle antiche icone ogni particolare - dal legno della tavola, all'oro e all'argento del fondo, ai colori, ecc. - ha un preciso significato teologico. Ma spiega anche perché il pittore di icone è spesso un monaco, un religioso, che si prepara con la preghiera e il digiuno alla pittura, che deve essere eseguita con mani e animo santo e puro, oltre che con tecnica dal minuto senso religioso, come spiegherà nel XVIII secolo, il monaco iconista russo Dionisio di Furnà nel primo manuale dell'arte dell'icona, Ermeneutica della pittura. Il che fa dell'icona, com'è stato detto, una sorta di "preghiera dipinta". Santo è, non a caso, il più grande artista di icone della pittura russa, Andrej Rublëv, protagonista dell'omonimo capolavoro cinematografico di Andrej Tarkovski.
Questi stessi caratteri taumaturgici e teologici si ritrovano nelle icone della Vergine, Madre di Dio, a partire da quelle della Madre di Dio Odigítria (Colei che mostra la via), della Madre di Dio Eléusa o della Tenerezza, e della Madre di Dio Panagía (tutta santa), in atteggiamento orante, che costituiscono i tre prototipi delle icone mariane, cui erano dedicate altrettante chiese a Costantinopoli, e che la tradizione voleva dipinte direttamente da S. Luca, il "dito di Dio", cui si attribuiscono le prime immagini di Cristo e della Vergine.
Le icone della Madre di Dio venerate nelle chiese di Costantinopoli, costituirono i prototipi delle icone diffuse nell'antica Rus' di Kiev, a partire dall'XI sec., quando Vladimir il Grande ne intraprende l'evangelizzazione. Le prime icone giunte nella Rus' sono appunto eseguite e importate da Bisanzio e di origine bizantina sono anche le prime maestranze che ne diffondono la tecnica, come di origine bizantina è ancora nel XIV sec. uno dei più celebri maestri di icone, Teofane il greco.  L'invasione mongola della Rus' di Kiev nel XIII sec. e la dominazione tartara, provocherà uno spostamento verso nord dell'asse politico dell'antica Rus' dove nel XV secolo, dopo la cacciata dei tartari, emerge il ruolo e la potenza di Mosca. La Rus' diventa allora il più grande stato cristiano e con la caduta di Costantinopoli nel 1453, Mosca rivendicherà il ruolo di "Terza Roma", erede dell'impero cristiano d'Oriente. E' in questo contesto che le icone sacre diventano emblema dell'identità religiosa della Rus' e il loro culto si diffonde, favorito dalle numerose scuole locali  che ne replicano le immagini, fino al XVIII sec. che segna la fine della loro grande stagione artistica. L'abbondantissima produzione di icone nel XIX secolo e dell'inizio del XX, sebbene oggetto in questi anni di maggiore attenzione critica e non priva di opere di un certo rilievo, è una produzione dove l'aspetto commerciale tende spesso a prevalere su quello artistico. 
Dal punto di vista strettamente artistico, va infine notato come lo sviluppo dell'arte dell'icona in tutta l'Europa orientale, dall'antica Rus' - comprendente la Russia, l'Ucraina e la Bielorussia - alla Georgia e alla penisola balcanica, ha il suo vero centro d'origine a Bisanzio.  Bisanzio è, da ogni punto di vista, il fulcro nevralgico da cui si diramano sia l'arte dell'Europa orientale, che ha nell'icona il suo modello formale più rappresentativo in cui si conserva inalterato nel corso dei secoli il carattere sostanzialmente ieratico dell'arte bizantina, sia l'arte dell'Europa occidentale e, segnatamente, italiana,  dove l'arte bizantina si sviluppa presto in senso più plastico, realistico e narrativo e dove, dunque, più che il modello dell'icona, si afferma quello  dell'ancona.